Menu

FantasticaMente

Dietro lo schermo di chi scrive Fantasy

Il Problema delle Lingue nel Fantasy – Parte Prima

3 March 2014

Prefazione
Questa serie di articoli sono stati pubblicati sulla rivista online Fantasy Faction e sono qui riprodotti in italiano con il permesso dell’autore.

L’autore, Django Wexler, è uno scrittore e un informatico americano — quando non scrive, non gioca e non legge lavora in Microsoft. Il suo romanzo “I Mille Nomi” uscirà nei prossimi mesi per Fanucci.

Sin dagli albori del genere, uno dei maggiori problemi che gli autori di fantasy hanno dovuto affrontare è stato quello delle lingue. È un problema bizzarro in realtà, perché per la maggior parte dei lettori non vi sembra prestare la dovuta attenzione. Alcuni scrittori sembrano in grado di ignorarlo completamente senza farsi troppi problemi, ma per una mente in particolare (la mia) può rappresentare una palude inevitabile.

Prima di procedere, lasciatemi definire i termini che userò. Con Fantasy in questo contesto mi riferisco a quello che è chiamato “mondo fantasy secondario”, ossia una storia fantastica che ha luogo in un mondo che chiaramente non è il nostro [#1]. Questo esclude l’Urban Fantasy, in cui la storia ha luogo in nella nostra Terra contemporanea, sebbene modificata, il Fantasy Storico, in cui la storia avviene nel passato, e così via. Possiamo anche escludere, per convenzione, il Fantasy Parallelo (Cross-world, n.d.t.), che comprende personaggi del pianeta Terra in visita presso un mondo secondario. Tutti questi sotto-generi hanno le loro specifiche varianti del problema delle lingue, ma li terremo da parte per un altro giorno [#2]. Invece, considerate le opere di George R.R. Martin, Joe Abercrombie, K.J. Parker, Ellen Kushner, etc. [#3]

Il problema, in sostanza, è che durante la stesura di un libro di questo tipo, l’autore si trova di fronte a dover scrivere dal punto di vista di un personaggio che è nato, cresciuto ed educato nel suo mondo alternativo e non possiede alcuna conoscenza della Terra. L’autore, tuttavia, deve scrivere in Inglese [#4], poiché libri scritti interamente in un linguaggio immaginario  tendono a vendere pochissimo [#5].
Gli autori più devoti passano migliaia di ore arricchendo i loro mondi immaginari con geografia, storia, religione, clima, cucina locale, e così via; e le lingue sono un elemento in più che dev’essere dispensato con attenzione. Tuttavia, presenta delle sfide peculiari, perché il linguaggio in cui il personaggio pensa del suo mondo è anche quello con cui l’autore lo descrive ai lettori.

In prima battuta, questo non sembra granché problematico. Un romanzo fantasy è sempre un atto di bilanciamento delicato tra gli elementi fantastici, che affascinano e intrigano il lettore, e gli elementi ordinari che l’aiutano a comprendere e offrono verosimiglianza. Presumibilmente, i lettori, comprendendo almeno in parte il dilemma dell’autore, perdoneranno il fatto che il personaggio di POV (punto di vista, n.d.t.) pensa in inglese nello stesso modo in cui gli spettatori di un film di James Bond soprassiedono al fatto che i cattivi parlano inglese con accento russo [#6]. E, se non prestate particolare attenzione, è proprio così.

Per coloro che amano entrare nei dettagli più minuti, però, il castello di carte inizia a crollare. Il problema con la lingua è che, con la sua evoluzione, acquisisce concetti e riferimenti che, mentre una volta erano specifici di particolari oggetti, luoghi o persone, adesso sono impiegati in senso generale o simbolico. Questo significa che l’idioma corrente è ricco di parole e frasi che sono, se ci pensate, inappropriate in un mondo immaginario diverso dal nostro. Alcune sono ovvie — la maggior parte degli autori concorderanno che ad esempio, riferire alle “fatiche di Ercole” o avere un personaggio che esclama “Gesù Cristo!” [#7] in un mondo fantastico pregiudica la sospensione dell’incredulità. Più si esamina il problema da vicino e più diventa serio.

Una categoria di termini problematici per il Fantasy sono gli anacronismi: parole o frasi che fanno riferimento a cose che sono al di là del livello tecnologico del mondo secondario [#8], assumendo per il momento che l’ambientazione sia la tipica alto-medievale europea tanto amata da milioni di giocatori di D&D. Pensate a quante frasi discendono dalle armi da fuoco e dalla polvere da sparo.
N.d.t.: Alcune espressioni citate nell’articolo originale, che si riferivano all’uso del moschetto, in italiano sono diverse e meno anacronistiche, come fuoco di paglia al posto di “flash in the pan”(intraducibile) e fare baracca e burattini oppure armi e bagagli al posto di “otturatore, calcio e canna”, mentre altre non hanno un’espressione equivalente nell’idioma italico, come “go off half-cocked”, che si riferisce ad un moschetto che non riesce a spegnersi e “hanging fire”, che si riferisce ad un colpo di moschetto che non prende fuoco immediatamente.

Pericolosi sono anche quei termini che sembrano generici, ma che si riferiscono a invenzioni piuttosto moderne, e che per questo possono causare grattacapi nei lettori. I nostri creatori di mondi fantastici non possono ordinare a qualcuno di “cut to the chase” (n.d.t.: intraducibile dal gergo dei film Western) ma gli direbbero soltanto di “venire al sodo” (“get to the point”, n.d.t.), oppure sostenere di “call the shots” (n.d.t.: dirigere, di regista cinematografico). Non possono andare “palle al muro” (che si riferisce a macchine a vapore, col significato di massimo sforzo), o “rimuovere tutti i pedali” (che si riferisce agli organi a canne col significato di usare tutte le risorse disponibili). E probabilmente non dovrebbero chiamare persone di “terza classe” se vivevano prima dell’invenzione della ferrovia o dei transatlantici.

OK, basta così. Un autore energico potrebbe scrutinare il proprio lavoro per scovare questo genere di cose. Tuttavia, il compito diventa molto più difficile quando consideriamo parole che sono nate con un significato specifico in termini storici, ma che sono ora impiegate in senso generico. In un mondo immaginario, questi termini sarebbero presumibilmente diversi. Dopotutto, senza gli antichi Greci, come potrebbero esistere cose “erculee”, “spartane”, “titaniche”, o “stoiche”? Gli antichi dei sono profondamente fusi nella nostra lingua: non esisterebbero i vulcani senza Vulcano, le arti marziali senza Marte, o le chiusure ermetiche senza Ermete; niente mercurio senza Mercurio, niente elio senza Elio [#9], e così via.

Problematici in modo completamente diverso sono quelle cose che sono chiamate sulla base di specifiche figure storiche, divinità o eroi, ma che sono ugualmente impiegate nelle conversioni quotidiane. Un autore fantasy può facilmente studiare le sue versioni personali, facendo uso della storia e religione del suo mondo, così accuratamente realizzato, ma la tolleranza dei lettori per questo genere di neologismi è piuttosto limitata. Il principale indiziato in questa categoria è il calendario, che annovera Augusto e Giulio Cesare, nonché i giorni della settimana: Martedì, Giovedì, Venerdì, etc. (N.d.t: in inglese hanno nomi basati su figure storiche e non pianeti, a loro volta provenienti dagli dei romani.) Meno rilevanti per la maggior parte del fantasy eroico ma ugualmente sconcertanti sono le leggi e le formule scientifiche che portano il nome del loro creatore, come la geometria euclidea, il teorema di Pitagora, gli ideali platonici [#10], e così via.

Note:

#1. Oppure almeno è separato dal nostro da una sufficiente quantità di tempo, distanza o entrambi, ma non è correlato linguisticamente. Il mondo di Tolkien ne Il Signore degli Anelli è implicitamente un passato remoto della nostra Terra, e quello di Robert Jordan ne La Ruota del Tempo è considerato come il suo lontano futuro, ma gli eventi che occorrono possono implicare che siano universi separati (sebbene sia interessante speculare che quanto detto implichi che il passato remoto della Ruota del Tempo sia il Signore degli Anelli!).

#2. Va notato che il Fantasy Parallelo è particolarmente suscettibile a influenze fantascientifiche con i cosiddetti “traduttori universali”, fintanto che il personaggio di POV è il viaggiatore.

#3. Non inteso come campione rappresentativo; guardavo alla pila di libri sulla mia scrivania.

#4. O in quella che sia la sua lingua madre. Poiché io scrivo in inglese, con l’inglese intendo il linguaggio della Terra; sostituite con la vostra lingua e nazionalità. N.d.t.: negli esempi che seguiranno farò alcuni riferimenti specifici all’italiano.

#5. O così mi dicono i miei amici “dell’ambiente editoriale”.

#6. Un mio amico, di madre lingua russa, mi dice che preferisce così, poiché nei film dove viene usato il russo, questo lo distrae terribilmente.

#7. Adoro creare le bestemmie per i mondi immaginari. Si può comunicare tantissimo di una cultura dal modo in cui i suoi membri proferiscono le blasfemie.

#8. Tralasceremo al momento i mondi che sono stati semplicemente scoperti più tardi nella nostra storia.

#9. Lapalissiano, no?

#10. “Mi dispiace tesoro, ma non capisco cosa vorrebbe dire una relazione ‘platonica’!”

Go Back

Articolo interessante! Come autore mi sono sempre posto con attenzione il problema della lingua nel contesto fantasy.
Nel mio romanzo Darkwing il protagonista è un terrestre che finisce su un altro mondo, quindi ho dovuto fare attenzione a non commettere errori ingenui. Ad esempio, lui è l'unico che può esclamare "Oh mio Dio!" mentre i nativi invocheranno i nomi dei loro dei. Oppure ho cercato di stare attento a non utilizzare termini che fossero troppo legati alla cultura o alla storia terrestre e che non sono compatibili con le rispettive dell'altro mondo. Per farti un altro esempio, nel parlare di un necromante che muove una guerra santa ho dovuto resistere alla tentazione di chiamarla "crociata" perché in quel mondo le crociate non sono mai esistite, pertanto il termine stesso non avrebbe senso.
Come dici tu stesso ci sono alcuni termini di uso comune che per noi sono molto generici e che è praticamente impossibile non usare, come ad esempio "sforzo titanico" che trae origine dai titani che sono un mito greco; in casi come questo si può fare un'eccezione dato che il termine è per l'appunto molto generico e possiamo immaginare che anche su altri mondi siano esistiti esseri che definiremmo "titani", è un aggettivo più che un nome, mentre se ci riferiamo a qualcosa di specifico, ad esempio "aprire il vaso di Pandora", non possiamo farlo dato che in un altro mondo nessuno sa chi sia Pandora.
Un problema in più sono i personaggi che vengono da culture diverse, a rigor di logica dovrebbero anche parlare lingue diverse ma questo sarebbe troppo difficile da scrivere e far digerire al lettore, secondo me il compromesso migliore è fargli parlare la lingua di uso comune e inserire termini nell'idioma locale o in una lingua antica che misteriosamente si è evoluta in una replica esatta della nostra :) oppure, più semplicemente, mettere un personaggio che conosce quella lingua e tradurre tutto a beneficio del lettore. Anche frasi tipiche di un'altra cultura o riferimenti caratteristici alla storia locale aggiungono profondità e verosimiglianza alla narrazione.

Ciao Davide, grazie per il tuo intervento. Purtroppo vede la luce solo adesso perché era finito nella lista dei commenti da approvare, e non sono ancora pratico di questo CMS.
Condivido sicuramente la tua opinione sui nomi propri riferiti a divinità o personaggi del (nostro) passato, ma personalmente io storco il naso anche su termini come "titanici" e simili che sono facilmente sostituibili con dei sinonimi. Quelli invece non sostituibili, come "vuolcano", beh, ce li dobbiamo tenere :) Su "stoico" sono indeciso :)
Tra una o due settimane ci sarà la seconda parte dell'articolo (che ricordo è in 4 parti). A presto!



Comment