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Dietro lo schermo di chi scrive Fantasy

Il Problema delle Lingue nel Fantasy – Parte Seconda

26 March 2014

Finalmente online la seconda delle quattro parti del Problema delle Lingue!
Questi articoli sono stati pubblicati sulla rivista online Fantasy Faction e sono qui riprodotti in italiano con il permesso dell’autore, Django Wexler.

La parte precedente non è da intendersi come una lista esaustiva di termini problematici, ma semplicemente come illustrazione della vastità della questione. [#11] Dovrebbe essere chiaro ormai che non esiste un’unica soluzione a questo problema: alcuni dei termini che ho menzionato faranno sobbalzare la maggior parte dei lettori sulla sedia e sbattere le palpebre, mentre altri passeranno inosservati da tutti tranne i più pedanti [#12]. E non sono neppure il primo autore a scervellarmi su questo argomento. Molti, moltissimi romanzi fantasy sono stati scritti nel corso degli anni e ogni autore ha un approccio diverso. Nelle mie scoperte letterarie, ne ho incontrati abbastanza da poter stilare un elenco di macro-categorie.

  1. Non pensarci proprio. Questo è l’approccio più semplice per l’autore, naturalmente, che scrive come se stesse raccontando una storia contemporanea, senza preoccuparsene. Questo funziona meglio se ciò che state scrivendo non ha un tono solenne in partenza. Il pericolo, però, è che l’occasionale termine stonato possa colpire il lettore come la testa di un chiodo che fuoriesce da un parquet perfettamente livellato. Dipende, ovviamente, dal lettore.
  2. Offrire una spiegazione. Chiamerò questa la soluzione “del traduttore”. L’autore mantiene la finzione che il romanzo sia stato “tradotto” dalla lingua del suo mondo immaginario, e tutti i termini stonati siano refusi del traduttore, anziché inerenti alla storia. Ammesso che uno riesca a venirne a capo, questa è una buona soluzione, perché rappresenta una chiara analogia con la vita reale — leggendo un libro tradotto, diciamo, dal giapponese, non obietterei sull’uso del termine ‘stoico’ sulla base del fatto che gli Stoici non siano mai esistiti in Giappone, perché capisco che il traduttore sta facendo del suo meglio per spiegare il significato nell’inglese contemporaneo [O italiano, o francese, quella che è la propria madre lingua; nel resto di questa puntata farò riferimento al solo italiano, n.d.t.]. D’altra parte, a seconda dell’ambientazione, il fatto stesso che ci sia una traduzione può rompere la sospensione dell’incredulità nel lettore.
  3. Elaborare delle etimologie fittizie. Questa tecnica, che non è per i deboli di cuore, comporta alterare ogni parola che suona falsa nel suo equivalente fantastico. È applicabile soprattutto a nomi propri ed eventi — nella Scuola di Logica di Xorphon, il Teorema di Pitagora diventa il Teorema Morloogiano, il Paradosso di Xeno diventa il Paradosso di Wobble [#13], e così via. Questo sistema funziona molto bene come battuta di spirito o citazione, cosicché il lettore più attento la scovi e si dia delle pacche sulla spalla, ma se la vostra storia è ambientata nella Scuola di Logica può diventare facilmente un pasticcio. Tenere traccia di decine o centinaia di termini è già difficile per l’autore, figuriamoci per il lettore!
  4. Usare una lingua interamente inventata. Il limite massimo, naturalmente. Potrebbe trattarsi in verità di diversi linguaggi inventati, poiché nella maggior parte dei mondi, la gente non ne parla solo uno. Il compromesso in termini di verosimiglianza guadagnata contro lo sforzo impiegato qui è così grande che pochissimi autori intraprendono questa strada, a meno di non essere quelle persone che amano creare lingue fantastiche per piacere personale.

Ovviamente, nessuno di questi approcci è “il migliore”, poiché non è neppure chiaro cosa vorrebbe significare migliore. Li ho elencati approssimativamente in base alla quantità di lavoro richiesta all’autore, ma poiché ciascuno scrittore ha una diversa affinità per questo tipo di lavoro, e ogni pubblico di lettori ha una diversa sensibilità al problema, questi compromessi cambiano ogni volta. Detto ciò, questo sembra il caso (piuttosto comune peraltro) in cui una minoranza del lavoro produce la maggior parte del risultato. Quegli autori che conosco che si sono spinti fino ai metodi 3 o 4 avevano generalmente uno scopo ben preciso che andava al di là del semplice bisogno di realismo nel mondo del loro romanzo. (Tolkien adorava creare lingue inventate, ad esempio. “Anatema” di Neal Stephenson probabilmente è l’esempio lampante della soluzione 3, ed è difficile immaginarlo fatto in qualsiasi altro modo, ma uno spiccato interesse per le origini e le derivazioni delle parole è un tema ricorrente in gran parte dei suoi libri.)

La soluzione 2, sebbene risolve elegantemente ogni potenziale dimenticanza, non si può applicare in pratica ad ogni scenario possibile. Non tutti i mondi fantastici accetterebbero l’idea che un libro possa essere stato in qualche modo tradotto in italiano [vedi nota precedente, n.d.t.], e la maggior parte dei romanzi non sono presentati nella forma di libri appartenenti al nostro stesso universo. Piuttosto, un approccio a metà strada richiede un tipo di traduzione implicita: sebbene non grida al lettore come un’opera “tradotta” da una lingua appartenente al nostro universo, l’autore conserva l’immagine del traduttore come un’utile metafora. Un buon traduttore si prodiga per conservare il significato e l’atmosfera del materiale tradotto, senza lasciare alcun buco aperto in cui potrebbe cadere un lettore superficiale. Sfortunatamente per i puristi, questa soluzione spesso comporta ammettere alcuni dei termini problematici elencati nella prima parte, anche se ne rigetta degli altri: “fare fuoco” potrebbe essere bocciato [“pass muster, cioè radunare [#14] nell’articolo originale, n.d.t.], mentre “spartano” (con la S minuscola) potrebbe infilarsi. Si consideri nuovamente l’esempio di qualcuno che sta traducendo in italiano da una lingua straniera (della Terra): i lettori accetteranno alcune cose come prezzo della traduzione, e allo stesso tempo si scoraggeranno di fronte ad un termine palesemente idiomatico. Le parole possono essere modificate per mantenere il senso di appartenenza dell’opera, fintanto che il significato sia chiaro ai lettori. [#15]

La metafora del traduttore porta direttamente a un altro spauracchio degli scrittori di fantasy: i termini inventati gratuitamente. [#16] Questo è forse l’elemento più criticato e parodiato della letteratura fantasy mondiale [#17], ma anche uno dei più amati sia dagli autori che dai loro fan. Può essere molto efficace laddove usato correttamente e causa di lamentele quando impiegato senza motivo. Ciò che segue è una lista di casi quando [#18] è appropriato o inappropriato utilizzare termini nella lingua del mondo secondario, a beneficio degli aspiranti scrittori. Avere in mente l’immagine del traduttore vi manterrà comunque sulla buona strada. Un buon traduttore potrebbe includere una parola straniera o due, se questa è importante per la storia e non esiste un corretto equivalente in italiano, ma non li spargerà come il prezzemolo solo per dare sapore!

Allora, quando dovreste usare dei termini inventati?

- Sporadicamente. I lettori hanno una tolleranza molto limitata per queste cose, a meno che non stiate scrivendo un libro molto particolare. (Nuovamente, “Anatema” è l’esempio che viene subito in mente.) Pensate ad ogni parola inventata come una tassa per il lettore, che consuma un quantitativo di pazienza limitato, prima che questi getti via il libro all’altra parte della stanza. Cercate di non irritarlo.

- Per cose realmente importanti. Se avete razionato oculatamente i vostri termini inventati, ha senso che dobbiate riservarli alle descrizioni più importanti. In particolare, ogni termine inventato dovrebbe essere qualcosa che sarà impiegato ripetutamente. Se viene menzionato una volta, e poi di nuovo molto più avanti, il lettore si sarà dimenticato di cosa stavate parlando.

- Per cose del tutto irrilevanti. Paradossalmente, un altro posto ragionevole per utilizzare dei termini inventati è descrivere oggetti specifici di una cultura che sono semplicemente decorativi e non importanti per la storia, come cibo, bevande, abbigliamento, e così via [#19] . È del tutto ragionevole coniare un paio di parole strambe, specialmente quando il contesto rende chiaro di che genere di cose si tratti. (Ad esempio: “Bob gettò indietro il suo boccale di vilmschass gorundiano e si allontanò dal bar”.) Tuttavia, non esagerate con queste cose, in particolare per termini generici come “formaggio” o  “pane”. Limitatevi a cose con nomi propri, gli equivalenti fantasy del “Brie” o della “segale rossa”.

- Per cose che non esistono nel mondo reale. Ricordate sempre che i termini inventati dovrebbero essere usati sporadicamente, ma un posto giusto dove impiegarne uno potrebbe essere su una cosa, un concetto, o una forza che non ha un corrispondente diretto nella vita reale. Qui la magia è la scelta più ovvia. [#20] Se qualcosa è soltanto un po’ differente dalla sua controparte reale, potreste semplicemente usare il termine italiano, a meno che ciò che descriva è già presente e quindi creerebbe confusione.

- Per cose che la maggior parte delle persone non conoscono. Se il termine italiano di qualcosa è molto oscuro (i tipi specifici di fattura di una spada, per dire, o le complessità dell’architettura di un castello) potete probabilmente inventare una parola. Tuttavia, ricordate il consiglio precedente di mantenere i termini inventati al minimo e tenete presente che questo si applica anche ai termini che avete pescato dalle profondità del dizionario dei sinonimi.

- Se una parola nella lingua del mondo secondario ha un significato differente. Siate molto, molto attenti in questi casi. La maggior parte delle volte potete implicare o semplicemente spiegare che il significato è leggermente diverso, e procedere usando la parola italiana. Se tuttavia un termine è assolutamente centrale nella vostra trama, può essere giustificato. Tornando alla nostra metafora del traduttore, qualcuno che riporti un testo giapponese in italiano potrebbe scegliere di lasciare intatto il termine sensei, se la storia riguardasse degli studenti che si allenano nelle arti marziali, ma probabilmente lo tradurrebbe con “insegnante” in una storia che riguarda dei ragazzi in una scuola superiore.

- Se state descrivendo qualcosa di estraneo al personaggio del punto di vista. Usare termini “alieni” dà un senso di estraneità, ovviamente. Uno dei problemi di usarne troppi per un personaggio del punto di vista che sta camminando, ad esempio, nella sua città natale è che l’ambiente non gli dovrebbe sembrare estraneo, anche se lo è per noi. Aumentando le descrizioni estranee quando quel personaggio viaggia in terre lontane, oltre il mare, trasmette un po’ quello che sente. Comunque, questo è meglio confinarlo a concetti molto importanti, oppure a dettagli triviali [#21]. Non tartassate i lettori.

Qui di seguito alcuni indizi su dove non usare un termine inventato:

- Se esiste un sinonimo in ottimo italiano per sostituirlo. Concetti basici e universali, come “madre”, “rosso”, “tristezza” e così via è meglio lasciarli in italiano. [#22]

- Se avete appena introdotto un altro termine inventato. Date al lettore un po’ di tempo per respirare.

- Se non avete pianificato di spiegarlo e il contesto è insufficiente. Il lettore rimarrà semplicemente perplesso. O fornite delle spiegazioni —e le ricordate ove necessario— oppure siate sicuri che il termine è sufficientemente innocuo che il lettore sostituirà mentalmente “termine astruso fantasy” ad esso, senza inficiare al fluire della trama.

- Se state parlando di unità di misura (tempo, distanza, etc.). Questo è un punto delicato, e i puristi potrebbero opporre delle critiche. Per me, tuttavia, se vi immaginate come il traduttore di un testo da una lingua fantastica all’italiano, non ha senso lasciare  le unità di misura nel loro equivalente locale. La capacità di creare confusione nel lettore è elevata, specialmente con le unità di tempo. [#23]

[N.d.t.: Il sistema metrico decimale correntemente in uso in Italia, tuttavia, non lo ritengo appropriato per una prosa fantasy ambientata in un mondo secondario tipico. Ritengo invece accettabile, come sostiene peraltro Wexler, l’impiego del sistema anglosassone, o magari quello che era in uso nell’Antica Roma, che peraltro in alcuni casi si sovrappongono (es. “piedi”, sebbene di lunghezza un po’ differente).]

Come in tutte le “regole” di scrittura, ci sono sempre delle eccezioni ed eccezioni alle eccezioni. Piuttosto che una sentenza definitiva, quello che serve veramente è di essere consapevoli del problema, in particolare quando si revisiona. Non rifugiatevi nelle formalità più estreme — l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di romanzi fantasy scritti in una prosa noiosa, ampollosa e con dialoghi biblici. Ma prestare un po’ più d’attenzione alla lingua nella vostra storia può aiutarvi ad astenervi dall’adoperare termini strani e fuori contesto che fanno perplimere il lettore da una parte, e allungano il glossario linguistico dall’altro. A meno che non abbiate scelto un modello specifico, semplicemente tenete in mente l’idea del traduttore del mondo reale, e non sbaglierete molto. [#24]

Note (la numerazione prosegue dalla prima parte):

#11. Non iniziate neppure a pensare a vini e formaggi.

#12. Conosci te stesso.

#13. A meno che non crediate nella propaganda contro Wobble.

#14. “Pass muster” (radunare le armate) non funziona in culture dove non ci sono delle forze armate organizzate.

#15. George R.R. Martin è particolarmente abile in questo, come anche ad aggirarne il problema in altri modi. Avete notato che non esistono i nomi dei giorni, dei mesi, etc. nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco [alla data di pubblicazione dell’articolo originale, cioè metà del 2103, n.d.t.], di fatto eludendo il problema di come chiamarli?

#16. Questa è la parte del tema in cui divento didattico. Se quanto detto sinora vi ha convinti che sto parlando a vanvera, siate liberi di fermarvi qui e ignorate i miei consigli.

#17. Assieme all’eccessivo uso di apostrofi nei nomi propri. Neal Stephenson ha scritto una brillante critica a riguardo nel suo Reamde.

#18. Nella mia umilissima opinione… (IMVHO)

#19. Non che queste cose non possano essere importanti per la storia. Ma se lo fossero, dovreste descriverle appropriatamente!

#20. La magia è solitamente servita in uno di questi due gusti: termini alieni incomprensibili, oppure Termini Semplici in Maiuscolo, come la Forza, il Potere, il Flusso, la Tessitura, etc. A volte entrambe nello stesso libro! (es. saidin/saidar contro l'Unico Potere).

#21. Usarlo per dettagli triviali può creare un contrasto molto efficace. A casa, il personaggio può mangiare cozze gratinate, gnocchi di patate e gamberetti fritti, mentre all’estero degusterà ghintaol e nothyam.

#22. A meno che la vostra storia introduca una ragione per cui essi siano concetti meno che universali.

#23. Ancora una volta, un’eccezione è possibile se importante per la trama: ad esempio, errori introdotti in un piano di battaglia perché due alleati usano delle misure incompatibili o un calendario diverso.

#24. Finché il vostro libro non viene scelto per una serie TV americana e vogliono fare le versioni estere con i sottotitoli. A quel punto tutte le scommesse sono chiuse.

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