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Dietro lo schermo di chi scrive Fantasy

Intervista a... Luca Tarenzi

10 March 2014

Inauguro questa sezione con un autore che la maggior parte di voi conosceranno: Luca Tarenzi. Classe ’76, Luca è un affermato autore Fantasy italiano con diversi romanzi al suo attivo, l’ultimo dei quali, Godbreaker, è stato pubblicato nel 2013 per i tipi della Salani. Collabora con varie Case Editrici in qualità di traduttore e curatore. Per maggiori dettagli, oltre a leggere l’intervista che segue, c’è anche una voce su Wikipedia.

Luca Tarenzi1)      Chi è Luca Tarenzi, in tre parole (non sono ammessi avverbi in –mente)?

 

Un Sopportabile Coglione [Giuro che l’ha detto lui, ho le prove! n.d.r.]

 

2)      Questa è una domanda tripla: Quando hai iniziato a scrivere e cosa? Perché scrivi? Perché non hai più smesso?

 

Ho iniziato abbastanza tardi, a 27 anni, per una ragione ben precisa: ero disoccupato. Ero tormentato da un’idea che secondo me avrebbe potuto diventare una storia, tormentato dalla mia fidanzata che insisteva tutti i giorni perché io la scrivessi, tormentato dal troppo tempo libero, tormentato dal fatto di non avere un lavoro, tormentato dal non riuscire a liberarmi di tutti questi tormentatori… insomma, era un periodo del cazzo. Per far tacere almeno due degli assilli – l’idea e la fidanzata – mi sono messo a scrivere, non sono più riuscito a fermarmi e l’idea è diventata il mio primo romanzo, “Pentar”. Questa è la ragione per la quale ho iniziato: perché lo faccio adesso… be’, perché è diventato un lavoro. E, diciamocelo, un lavoro fico.

 

3)      Quali sono gli autori che ti hanno “formato” come scrittore in generale, e di Fantastico in particolare? Elenca almeno cinque autori di cui consiglieresti la lettura ai tuoi colleghi.

 

Più che altro elencherò cinque autori che consiglierei a qualunque lettore semplicemente perché sono ottime letture! Nel mio genere preferito, l’urban fantasy, i miei riferimenti sommi sono I Due Jim, ovvero Jim Butcher e Jim C. Hines. Il primo perché, con i suoi Dresden Files, ha capito l’urban fantasy postmoderno meglio di chiunque altro al mondo (e se pensate di riuscire a farmi cambiare idea su questo punto siete dei poveri illusi); il secondo perché, con la sua serie Magic Ex Libris, ha capito come fare il passo successivo, quello che viene dopo il fantasy postmoderno (per il quale non ho un nome… suggerimenti??) Entrambi autori inediti in Italia, purtroppo, quindi serve leggere in inglese per avvicinarli. Risalendo un po’ più indietro nel tempo, c’è Neil Gaiman. E qui non credo di dover dare spiegazioni. Diciamo solo che senza di lui non ci sarebbe l’urban fantasy che conosciamo. Fuori dal fantasy, invece, citerò i miei autori di fantascienza preferiti: Gene Wolfe e Ursula LeGuin.

 

4)      Com’è nata l’idea del primissimo romanzo che hai scritto? È stato il primo ad essere pubblicato?

 

Il primo romanzo che ho scritto è “Pentar”, che ai suoi tempi (2006) ha avuto l’immeritata fortuna di trovare sul serio un editore e diventare la mia prima pubblicazione. L’idea – e voglio sottolineare che sono sincero, perché a dirlo sembra una balla – mi è venuta da un sogno, in cui c’erano tutti gli elementi  fondamentali che poi sono confluiti nel romanzo. Ancora oggi continuo a pensare che fosse una bella idea, ma anche un’idea del tutto priva di senso dell’orientamento, o troppo orgogliosa per chiedere indicazioni stradali (si vede che era un’idea maschio): probabilmente cercava una testa appropriata in cui infilarsi ed è finita per sbaglio nella mia, che all’epoca non avevo proprio gli strumenti per metterla per iscritto in maniera decente… Ma l’ho fatto lo stesso, e il risultato lo giudicheranno altri. Almeno posso dire che da allora di strada se n’è fatta!

 

Copertina di Godbreaker5)      Com’è nata l’idea di “Godbreaker”?

 

Qui rispondere è un po’ più difficile… “Godbreaker” è stato il punto di confluenza di tante idee diverse. Forse è nato tutto da una frase detta per caso da un mio amico, che mi ha fatto notare come ogni tanto le persone sembrano comportarsi come se in quel momento incarnino un archetipo umano, e nei casi peggiori l’archetipo le ingoia e loro non se ne liberano più. Da qui mi è venuta l’idea degli Dèi della Terra che appaiono nel romanzo. Il resto è uscito da letture, tante letture, vecchie e nuove. Dal desiderio di parlare di divinità e mitologie, ma cercando quelle meno conosciute e meno frequentate nel fantastico di oggi. Dalla voglia di giocare ancora una volta con la città di Milano come ambientazione fantasy (cosa che avevo già fatto in altri romanzi) ma aggiungendoci altri luoghi che mi sono cari, come Londra e Amsterdam. E dal gusto cattivo di scrivere una storia incentrata sul tema della vendetta con due protagonisti che, francamente, sono entrambi dei bastardi patentati.

 

6)      I tuoi libri contengono un messaggio? In caso affermativo, quale? In caso negativo, come ti poni rispetto a quella narrativa che contiene al suo interno un tema, una morale, più o meno velati?

 

Io sono uno scrittore commerciale e l’intento dei miei libri è intrattenere il lettore. Niente di meno, niente di più. Se poi qualcuno riesce a leggerci un messaggio, tanto di guadagnato: io non ce lo metto di mia iniziativa, mai, ma epistemologicamente [significato qui, n.d.r.] ogni testo è inesauribile, e in ogni caso a me piace pensare che una buona storia abbia qualcosa di “assoluto” da dire in ogni caso, che l’autore lo intendesse o meno. I libri “a tesi”, per contro, hanno un problema fondamentale: tolta la tesi, novantanove volte su cento non resta nulla. Nella mia esperienza è molto raro che un romanzo scritto apposta per veicolare un qualche messaggio riesca a essere anche una bella storia di per se stesso. E un romanzo DEVE essere innanzi tutto essere una bella storia di per se stesso. Quello è sempre e comunque il primo dei suoi temi, dei suoi messaggi.

 

7)      Descrivi il tuo rapporto con la scrittura. Hai iniziato prima a scrivere, a editare oppure a tradurre?

 

Ho iniziato a scrivere e a tradurre più o meno in contemporanea, nello stesso periodo della mia vita, ma a voler fare i conti precisi ho iniziato prima a scrivere. Gli editing sono venuti un po’ dopo. Il mio rapporto con la scrittura è… tempestoso nel migliore dei casi. La amo e la detesto, a fasi alterne ma ogni tanto anche nello stesso momento. E’ il mio lavoro (o perlomeno una parte di esso), ma siccome non è un lavoro che resta in ufficio quando si chiude la porta la sera, non è sempre facile lasciarle solo il giusto posto che dovrebbe occupare nella tua vita. Posso senz’altro dire di non essere MAI soddisfatto di quello che scrivo. Di aver amato miei scritti che i lettori hanno ignorato e di averne odiati altro che il pubblico ha gradito moltissimo. Di non aver mai capito tanto bene perché continuo a farlo. E che, se per assurdo dovessi rinunciare o a leggere o a scrivere, pena la morte, credo che rinuncerei a scrivere. Perché a leggere no, non potrei rinunciare.

 

8)      Descrivi il tuo rapporto con l’editoria in Italia (e all’estero, dove alcuni tuoi romanzi sono stati tradotti).

 

L’editoria italiana mi dà lavoro, sia come scrittore che come traduttore che come consulente. E’ piena di difetti – per usare un eufemismo – e tre volte su quattro mi domando da dove partorisca le sue decisioni dato che sembrano assurde nel migliore dei casi e suicide nel peggiore. Eppure rimane difficile, almeno per me, parcheggiare giudizi definitivi su realtà così complicate... Forse, facendone parte io stesso, mi manca semplicemente la prospettiva della distanza. Del mercato estero conosco quasi esclusivamente il settore anglosassone, che per me, che leggo soprattutto fantastico, è di fatto un’immensa bancarella a cielo aperto. Ovvio che anche lì viene pubblicato un’enorme quantitativo di spazzatura e che la percentuale di testi validi è una nettissima minoranza, ma è una questione di proporzioni: un centesimo di una mela e un centesimo di una collina non hanno le stesse misure!

 

9)      Quale ami di più tra i seguenti elementi di un romanzo: descrizioni, scene d’azione, dialoghi, o scene sentimentali?

 

Le scene d’azione e i dialoghi più di ogni altra cosa. Le prime soprattutto se sono cinematiche, i secondi soprattutto se sono a battute brevi, rapide e intense. Le descrizioni le preferisco stringate: è vero che quelle lunghe aggiungono più dettagli e creano immagini più complete, ma trovo che una descrizione breve e ferocemente vivida compia un miracolo d’evocazione che tante descrizioni lunghe possono solo sognarsi. Le scene sentimentali sono sempre un terreno spinoso... Quelle scritte davvero bene possono essere di una bellezza sconvolgente, ma per quanto mi riguarda è un caso ben raro, senza contare che l’apprezzamento di una scena di sentimento è al 100% soggettivo. Personalmente non le so scrivere. E’ uno skill che non ho ancora imparato.

 

10)   Se ascolti musica mentre scrivi, c’è qualche genere o canzone che ti ha ispirato di recente?

 

Chiunque abbia letto anche uno solo dei miei libri non può non aver capito che sono un metallaro senza speranza! Non ascolto musica mentre scrivo, perché già di mio ho una concentrazione ridottissima e se non fossi immerso nel silenzio non combinerei mai una ceppa di nulla, ma ascolto tantissimo metal nel resto del tempo. E infatti le mie storie sono infarcite di citazioni – esplicite e non – dai miei gruppi e dai miei brani preferiti. Ultimamente ascolto spesso gli Amorphis. Non so ancora bene in che direzione mi influenzeranno, ma che lo faranno è certo.

 

11)   Che consigli daresti a un aspirante scrittore (questa domanda te l’hanno già fatta l’anno scorso, ma la tua risposta mi è piaciuta così tanto che la ricopio)?

Due cose soltanto, entrambe di una banalità estrema ed entrambe verità eterne: inizia perché ne hai voglia, perché ti piace e per nessun’altra ragione al mondo, nessuna. E tieni duro, oggi più che mai. Tieni duro al di là del sensato, del razionale e del credibile. Tieni duro quando ti diranno tutti di lasciar perdere. Tieni duro quando te lo dirai da solo. Tieni duro fino in fondo. Perché al di là del fondo c’è dell’altro.

Ripeto quel consiglio parola per parola, ma moltiplicandole tutte per dieci. Nell’anno appena passato in campo editoriale le cose sono andate solo peggiorando: scrivere con intenti di pubblicazione in questo momento in Italia è – detto senza mezzi termini – un atto eroico. Soggetto a tutto il fascino, a tutta la tragedia, a tutta la grandezza, a tutta la ferocia che gli atti eroici si portano dietro. Ma dicono sempre che chiunque può finire per diventare un eroe…

 

12)   Quante copie sono state vendute di “Godbreaker” nei primi sei mesi, e quante in formato digitale?

 

Ahem… non lo so ancora! E’ troppo presto. Ripetetemi la domanda a maggio e dovrei avere una risposta.

 

13)   Com’è la situazione della letteratura Fantasy in questo momento, dopo i recenti alti e bassi, vista anche con l’occhio del tuo Editore e del tuo Agente?

 

Grigia. Di una tonalità di grigio parecchio scura. Più che di alti e bassi si dovrebbe parlare di bassi in evidente discesa, perlomeno nel nostro paese (il mercato internazionale è sempre un altro paio di maniche, e da quel che mi è dato di sapere lì la situazione è assai meno tragica). Quello che sentirete dire ovunque nell’ambiente, e che di certo avete già sentito, è che in Italia manca il pubblico: non esiste una vera e propria fascia di lettori fissi di fantastico che si configuri come concreta fetta di mercato. O meglio, i lettori fissi di fantastico esistono, è ovvio, ma molto semplicemente sono troppo pochi per avere reale peso. E alla risposta che mi sento dare di solito quando dico questo, “Non è vero, tutti i miei amici leggono fantasy, siamo in tanti!” posso solo replicare, come sempre, che un veterinario in una settimana incontra una gran quantità di animali, e sono tutti malati, dal primo all’ultimo: in base alla sua esperienza, dovrebbe concludere che tutti gli animali esistenti al mondo sono malati?

 

14)   Cosa ne pensi del self publishing e degli autori indie?

 

Che sono giusti e sacrosanti e hanno la mia benedizione (per quel che vale). Che non esiste una sola buona ragione al mondo per cui un libro indie dovrebbe di default valere meno di uno pubblicato da un editore, anzi nella mia esperienza c’è ben più di un caso che dimostra il contrario. E che prima i mezzi di diffusione per questo fenomeno non esistevano o erano tremendamente limitati, ma oggi, siccome esistono, sarebbe uno spreco e un’ingiustizia non utilizzarli.

 

15)   Quali sono l’ultimo libro che hai letto, quello che stai leggendo adesso e il prossimo in lista?

 

L’ultimo che ho letto è l’inedito di una collega che verrà pubblicato l’anno prossimo, per cui sorry ma non ne posso parlare! (ok, dirò solo che è un libro fico, che ha compiuto una piccola magia che non credevo possibile nella nostra epoca: riappacificarmi coi vampiri). In questo momento sto leggendo “Fate a New York” di Martin Millar, un libro di vent’anni fa che finora mi era sfuggito e che mi sta facendo piegare dal ridere. Cosa leggerò dopo ancora non lo so: di fianco al comodino c’è una pila che mi fissa minacciosa dall’alto di una statura che tra poco supererà la mia…

 

16)   Puoi svelarci qualcosa sul prossimo progetto che hai in cantiere?

 

In realtà no, non molto, ma non perché ci siano di mezzo chissà quali segreti: è che ancora non so bene nemmeno io su cosa lavorerò prossimamente. Dipende anche da come si metteranno alcuni accordi con gli editori. In sostanza ho di fronte tre possibilità: o proseguire un progetto già iniziato, che si muove in ambientazione storica ma parla di magia, o lanciarmi su un’idea più recente, che riguarda mitologia e discariche, o scrivere lo spin off di “Godbreaker” (che in un certo senso sarebbe anche un seguito) che ho in mente più o meno da quando ho terminato “Godbreaker” stesso. Penso che le prossime settimane saranno decisive per la scelta.

 

Grazie per l’intervista, e buon lavoro.

 

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