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Dietro lo schermo di chi scrive Fantasy

Intervista a... Stefano Mancini

14 March 2015

Stefano Mancini è nato nel 1980 a Roma, dove vive tuttora e dove ha compiuto gli studi, laureandosi nel 2004 in giornalismo. Subito dopo ha cominciato a vagare per diverse redazioni, fino a quando, nel 2010, ha trovato posto presso un’importante agenzia di stampa per la quale lavora tuttora. Scrive fin da bambino, ma ha cominciato a “fare sul serio” nel 2005 con la pubblicazione del suo primo romanzo fantasy cui ne sono seguiti altri tre. “Il figlio del drago” è la sua ultima “creatura”.

1)     Chi è Stefano, in tre parole (non sono ammessi avverbi in –mente)?

Determinato, creativo, ironico

2)     Questa è una domanda tripla: Quando hai iniziato a scrivere e cosa? Perché scrivi? Perché non hai più smesso?

Da piccolo, molto piccolo, credo intorno ai 7-8 anni. All’inizio veramente di tutto, perfino riscrivendo a modo mio alcuni grandi classici (ero innamorato soprattutto del ciclo arturiano). Da allora mi sono però specializzato nel fantasy, anche se di tanto in tanto faccio brevi “comparsate” in racconti d’altro genere.

Scrivo perché non potrei farne a meno. Scrivo perché se non lo faccio sento che mi manca qualcosa. Scrivo perché adoro creare storie, dare vita ai miei personaggi e “sentirli” parlare e “vederli” agire.

Non ho più smesso per gli stessi motivi di cui sopra, in particolare perché sennò so che mi mancherebbe la parte di me più vera.

3)     Quali sono gli autori che ti hanno “formato” come scrittore in generale, e di Fantastico in particolare? Elenca almeno cinque autori di cui consiglieresti la lettura ai tuoi colleghi.

Da piccolo leggevo di tutto e credo che ognuno di loro mi abbia “formato”, tanto è vero che all’epoca ricordo che ero molto influenzato (sia come stile, sia come trame) dagli autori che di volta in volta leggevo. Menzione d’onore a Stephen King, compagno di moltissime mie estati; credo di aver letto quasi la sua intera produzione letteraria. Se invece ci limitiamo al fantastico ovviamente non posso non citare Tolkien, seguito a ruota da Mary Stewart (autrice di una bellissima trilogia su re Artù), da Marion Zimmer Bradley, da Joe Dever, da Weis&Hickhman. E più recentemente da George Martin.

I cinque autori che consiglierei di leggere (ognuno per diversi motivi), sono: Stephen King, Michael Ende, Valerio Massimo Manfredi, Glenn Cooper e ovviamente il Maestro J. R. R. Tolkien. Ne aggiungo un sesto extra classifica: Joel Dicker. Un genio. Il suo “La verità sul caso Harry Quebert” è stato uno dei libri più belli che abbia mai letto, insieme a “La strada” di Cormack McCarthy (così con la scusa ne ho messo anche un settimo).

4)     Com’è nata l’idea del primissimo romanzo che hai scritto? È stato pubblicato?

No, il primissimo romanzo non so più neppure che fine abbia fatto (e me ne dispiaccio), ma ero davvero troppo piccolo per pensare che potessi pubblicare. Però mi ricordo bene da cosa è nata l’idea: stavo leggendo una storia fantasy su Topolino e mi ricordo di aver pensato: “Bella questa storia, mi piacerebbe scriverne una simile”. Ammetto comunque che all’epoca non sapevo davvero nulla di fantasy e solo col tempo, leggendo e documentandomi, ho capito che quelle storie, con creature particolari e un’ambientazione simil-medievale era chiamata “fantasy”.

5)     Com’è nata l’idea della saga di cui fanno parte Le Paludi di Athakah e Il Figlio del Drago?

È nata da un’idea ben precisa, che mi girava per la testa da un bel po’. L’ambientazione fantasy, infatti, da Tolkien in poi, ha sempre portato avanti un elemento caratteristico: l’odio reciproco tra le due razze più significative del genere, gli elfi e i nani. Neppure il “Sommo”, però, ci ha mai spiegato bene come e perché esista questo odio. Un giorno, quindi, ho cominciato a pensare che sarebbe stato interessante e originale raccontarlo. Ovviamente a modo mio, nel mio mondo e con i miei protagonisti. Ma riprendendo comunque uno degli elementi di maggior caratterizzazione del genere ho voluto dare la mia versione dei fatti, tra intrighi, colpi di scena e un numero enorme di personaggi.

6)     I tuoi libri contengono un messaggio? In caso affermativo, quale? In caso negativo, come ti poni rispetto a quella narrativa che contiene al suo interno un tema, una morale, più o meno velati?

Dire che contengano un messaggio forse è eccessivo, nel senso che l’idea era quella di raccontare una saga epica (ho sempre avuto l’ardire di pensare a una moderna Iliade, non tanto nello stile ovviamente, quanto nello scontro e nel conflitto fra i due maggiori imperi della scena mondiale), che catturasse il lettore e lo affascinasse. Ovviamente, trattando temi universali come l’odio tra due etnie e il tentativo reciproco di distruzione, c’è una qualche forma di messaggio, ma non lo definirei né positivo né negativo. È un messaggio, a ogni lettore, poi, trarne le sue conclusioni. In generale direi piuttosto che ho inserito alcuni miei modi di vedere il mondo e le sue infinite sfaccettature.

7)     Descrivi il tuo rapporto con la scrittura.

Intenso, faticoso e dispendioso (in termini di energie). Ma anche gratificante come forse nient’altro. Sarò banale e ripetitivo, ma non potrei vivere senza scrivere. Scrivo tutti i giorni, anche poco, ma i giorni in cui non posso farlo per impegni vari o altri motivi, divento nervoso e irritabile, come se non avessi fatto il mio dovere.

8)     Descrivi il tuo rapporto con l’editoria in Italia (e all’estero, nel caso abbia fatto questa esperienza).

Difficile, come credo per la maggior parte di noi. L’editoria è un mondo ostico, a maggior ragione in Italia (non posso parlare dell’estero, ma spero prima o poi di colmare questa lacuna). L’editoria a pagamento è stata una spina nel fianco per anni per moltissimi esordienti e sono contento di vedere che il fenomeno si sta ridimensionando (finalmente!), a mio avviso grazie a un paio di fattori: da un lato gli autori hanno capito che non era “obbligatorio” pagare per pubblicare e questo ha tolto potere alle case editrici a pagamento; dall’altro la possibilità di pubblicare ebook da soli e gratuitamente, ha ulteriormente indebolito certi editori non proprio limpidi.

Per il resto posso dire che, dopo tanta fatica, ho trovato finalmente una casa editrice, la Linee Infinite, importante; che pur essendo medio-piccola coccola i suoi autori, li aiuta e ovviamente non chiede alcun tipo di contributo, dimostrando che si può pubblicare anche solo grazie alla qualità del proprio lavoro e all’impegno di seri professionisti.

9)     Quale ami di più tra i seguenti elementi di un romanzo: descrizioni, scene d’azione, dialoghi, o scene sentimentali?

Rispondo senza nemmeno pensarci: i dialoghi. Sono la parte che prediligo, tanto che i miei romanzi sono al 60-70% dialogo. Trovo che il “parlato” dia freschezza e rapidità a tutta la scena, possa fornire numerose informazioni senza la “pesantezza” delle descrizioni, al tempo stesso aiutando a caratterizzare i personaggi. Penso di aver trovato una buona formula nei miei romanzi, se è vero, come dicono i miei lettori, che i miei libri sono molto scorrevoli e nonostante la loro mole si leggono in brevissimo tempo perché attirano non solo per la trama, ma anche per lo stile diretto e immediato. Frutto, aggiungo io, proprio dei numerosi dialoghi.

10)  Se ascolti musica mentre scrivi, c’è qualche genere o canzone che ti ha ispirato di recente?

Ascolto musica classica, di solito Mozart o Wagner, mentre scrivo. Il primo perché mi rilassa (la tengo in sottofondo, appena udibile); il secondo lo riservo per le scene più epiche. C’è poi una canzone abbastanza recente che mi ha sempre colpito: “Viva la vida” dei Coldplay, le cui parole mi hanno sempre ispirato scenari fantasy. Una frase della canzone l’ho anche inserita nel primo libro della saga, detta da uno dei personaggi principali. Ma non rivelerò qual è. Ai lettori il compito di scovarla.

11)  Che consigli daresti a un aspirante scrittore?

Partendo dal presupposto che non so quanto abbia il diritto di dare consigli, essendo io stesso ancora un autore, più che uno scrittore (non credo che quattro libri pubblicati facciano di me uno scrittore), direi semplicemente di leggere tantissimo e di tutto, documentarsi su ciò che vuole scrivere e soprattutto avere come obiettivo quello di migliorarsi. Molti pensano, magari erroneamente, che scrivere sia frutto dell’ispirazione. Ebbene, almeno per me, non è così. È ispirazione un 1% del tempo e fatica, sudore e impegno il restante 99%. Bisogna impegnarsi, conoscere le tecniche, farsi aiutare dagli esperti e soprattutto non avere fretta. Chi pensa di scrivere e pubblicare un libro in poco tempo, secondo me sta seguendo una strada sbagliata.

12)  Quante copie sono state vendute de Il Figlio del Drago sinora, di cui quante in ebook?

Purtroppo fare un bilancio al momento è difficile, per il semplice fatto che il libro è uscito da un paio di mesi, quindi siamo davvero in fase iniziale. Posso dire che il precedente, “Le Paludi d’Athakah”, che apre la saga, è andato (e sta andando tuttora) molto bene. E il seguito sembra essere partito ancora meglio. Era in anteprima al Lucca Comics and Games e devo dire che in due giorni e mezzo ha attirato parecchio interesse e moltissimi lettori, vendendo un considerevole numero di copie. Per il discorso ebook, al momento esiste solo il cartaceo, ma la Linee Infinite si sta muovendo anche su questo fronte, dopo avermi supportato in ogni altro ambito. Sono (siamo) piccoli, ma ci facciamo valere.

13)  Com’è la situazione della letteratura Fantasy in questo momento, dopo i recenti alti e bassi, vista anche con l’occhio del tuo Editore?

Situazione stabile, ahimè. Il fantasy è forse l’unico genere (magari insieme alla fantascienza), che in Italia rischia di non avere mai il suo momento di picco. È un genere che molti ancora considerano di serie B, e lo trovo paradossale, considerando che siamo la patria di Dante, il primo autore fantasy della storia! Al di là delle battute, frequentando il mondo delle case editrici da tanti anni e avendo cominciato molto presto, so bene che nessuna delle “grandi” manifesta mai interesse per questo genere, preferendo magari qualcosa che gli somigli o gli si avvicini, ma senza mai puntare sul fantasy tipico. Un Tolkien, qui da noi, avrebbe la vita davvero difficile. Ed è un peccato, perché conosco di persona moltissimi autori giovani e promettenti che meriterebbero ben altri palcoscenici. E si tratta di un trend che la mia stessa casa editrice conferma: il fantasy attira un pubblico ancora troppo di nicchia, che si accalappia più facilmente a eventi appositi, piuttosto che nelle librerie, dove altri generi vendono molto di più.

14)  Cosa ne pensi del self publishing e degli autori indie?

Non ho assolutamente nulla contro il self. Ci mancherebbe! Non avessi una casa editrice alle spalle seria e professionale, penso che io stesso ci farei un pensierino. L’unico neo, a mio avviso, è che moltissimi autori self non hanno quella pazienza di cui parlavo sopra. E pur di pubblicare e di farsi giudicare dai lettori si buttano a capofitto senza essersi presi il giusto tempo. A volte i testi sono infarciti di errori perché non è stato fatto un editing; altre volte la storia è banale perché l’autore non l’ha fatta rileggere a qualcuno di fidato o perché non ha avuto la pazienza di valutarla fino in fondo con giudizio. Insomma: ben venga il self, ma a patto che non si butti tutto nel calderone tanto per “vedere come va”.

15)  Quali sono l’ultimo libro che hai letto, quello che stai leggendo adesso e il prossimo in lista?

L’ultimo libro letto è: “L’ultimo giorno”, di Glenn Cooper. Ora sto leggendo “Il palazzo della mezzanotte” di Carlos Ruiz Zafon. In lista poi ne ho troppi, davvero non so chi sarà il fortunato (o sfortunato) che verrà subito dopo.

16)  Puoi svelarci qualcosa sul prossimo progetto che hai in cantiere?

Certo! Sti scrivendo proprio in questo periodo il terzo capitolo della saga, che andrà a concludere la vicenda aperta con “Le Paludi d’Athakah” e proseguita con “Il figlio del drago”. È un progetto al quale ovviamente tengo molto e mi ci sto dedicando anima e corpo, perché i lettori hanno manifestato un entusiasmo nei confronti dei primi due libri che davvero non mi aspettavo e quindi voglio che questo ultimo sia all’altezza se non superiore. E poi finalmente tutti gli intrighi e i colpi di scena saranno svelati e la domanda: “Perché elfi e nani si odiano” avrà finalmente la sua (anzi la mia) risposta.

17)  C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?

Solo che avrei piacere che chiunque leggesse i miei libri mi contattasse per dirmi cosa ne pensa (ovviamente sono accette critiche positive e negative, in fondo non si finisce mai di migliorare). Possono farlo tranquillamente al mio profilo facebook: https://www.facebook.com/stefano.mancini3

Grazie per l’intervista e buon lavoro.

Grazie a te per la piacevole chiacchierata e a presto!

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